– Castelfidardo: una via in ogni città, una tradizione nell’arte della fisarmonica

– di Antonio Trentin –

Chi sarà prossimo vacanziero sulle spiagge adriatiche delle Marche anconitane – da Sirolo e Numana a Porto Recanati – per l’ultimo scampolo d’estate avrà a venti minuti d’auto una meta di grande interesse per la storia e la pratica degli strumenti musicali: Castelfidardo, la Città della Fisarmonica arroccata su uno dei poggi rocciosi che caratterizzano l’urbanistica della regione.

In particolare, chi sarà nella Riviera del Cònero in settembre, dal 9 al 16, potrà partecipare alle serate del Premio internazionale della Fisarmonica, il più importante appuntamento nazionale per quanto riguarda lo strumento e uno dei più notevoli a livello mondiale (www.pifcastelfidardo.it).

Castelfidardo ha vie intitolate un po’ in tutte le città dì Italia. Perché?

Il nome del luogo si conserva, forse, in qualche anfratto della memoria scolastica di chi ha studiato bene la storia del Risorgimento.

Fu combattuto qui, infatti, lo scontro che il 18 settembre 1860 dischiuse alle truppe dei Savoia – in campagna militare per aggiungere agli Stati minori della Penisola quello Pontificio e per congiungersi ai Mille di Garibaldi nel Sud – la via per la conquista di Marche e Umbria.

Commemorano quella giornata un grande parco di conifere sulla collina del monte Cucco, un monumento nazionale con i Piemontesi all’attacco guidati dal generale Enrico Cialdini (nella foto) e un piccolo museo della battaglia.

Ma Castelfidardo, da un secolo e mezzo, in Italia e nel mondo vuole soprattutto dire musica e fisarmoniche, nonché abilità tecniche di chi produce gli strumenti e capacità di chi li suona. Da chi se ne intende, è considerata la capitale del far musica, sia colta sia popolare, con questo straordinario congegno che sembra valere da solo una mezza orchestra.

La città e i dintorni hanno tuttora diverse fabbriche, una trentina, che proseguono una tradizione risalente al 1863 e arrivata a produrre fino a 200 mila pezzi all’anno (ma oggi sono dieci volte di meno). Tra di esse – spesso aperte alla visita dei curiosi – la “Paolo Soprani” ha il nome del giovane paesano che più di un secolo e mezzo fa ebbe l’intuizione di dedicarsi alla scoperta tecnica prima e alla produzione poi di uno “strano” strumento che aveva sentito suonare da un pellegrino forestiero, austriaco o tedesco, in transito per il vicino santuario della Madonna di Loreto.

Soprani smontò, studiò, rimontò, ristudiò e perfezionò la fisarmonica – una cui antenata qualche decennio prima era stata brevettata in Austria – ossia un manufatto musicale di eccezionale complessità che le moderne tecnologie produttive avevano permesso di realizzare a partire da vecchie sperimentazioni durate secoli.

Da allora i laboratori suoi, della sua famiglia, dei fidardensi e dei marchigiani lì intorno diventarono, e rimangono, il top della produzione mondiale per quantità (almeno fino all’irruzione nel mercato degli strumenti cinesi) e per qualità (questa ancora insuperata).

Il Museo internazionale della Fisarmonica di Castelfidardo (www.museodellafisarmonica.it) si visita – e si ascolta – negli antichi sotterranei a volte del Palazzo Comunale: nelle vetrine 350 pezzi raccontano la vicenda storica, musicale e produttiva dello strumento e del suo “parente minore”, l’organetto di ancora più popolare uso folkloristico.

I pezzi in mostra – tra cui la collezione che fu del “re delle figurine” Giuseppe Panini – sono capolavori nel loro genere per età o per complessità di realizzazione, e provengono da ventidue paesi. La ricostruzione di un vecchio laboratorio artigianale dà l’idea di cosa sia stato – con i mezzi di produzione dell’Ottocento – fabbricare e mettere insieme la miriade di elementi in legno, metallo, feltro, tela e pelle, assemblati con colle, cere e gomme, necessaria per far suonare una fisarmonica.

La visita di Castelfidardo si completa tra le strette vie medievali e le case in mattoni – ancora reduci dagli effetti dei terremoti del 2016 – con la bella chiesa Collegiata; e fuori città con un’escursione nella vicina Selva fidardense, sulle pendici del colle di Monte Oro che si affaccia sul mare, caratterizzata da una rara ricchezza di ambienti botanici diversi in appena 100 metri di dislivello.