– Yad Vashem, la memoria dell’Olocausto sulle colline di Gerusalemme

– di Antonio Trentin –

A Yad Vashem la memoria dello sterminio degli ebrei è fatta di un’archivio circolare immerso nella penombra e di un cono di fotografie che si alza verso la luce. E di tanto silenzio. L’avvolgente sequenza di scaffali ha spazio per sei milioni di schede, ma ce ne sono due milioni, solo due milioni… In ognuna un nome e una storia. I dossier che mancano sono quelli di chi è finito nelle fosse comuni o è passato per il camino senza lasciare più testimonianza di sé. Le 600 foto si riflettono in basso, in un pozzo scavato nella roccia: i volti sembrano dissolversi quando l’acqua tremola, ma basta alzare lo sguardo e si ritrovano tutti, uno per uno, nitidi, incancellabili.Yad Vashem

TERZO REICH E SHOAH. Yad Vashem – “un memoriale e un nome” – si riassume qui, alla fine del percorso del museo che racconta la Shoah, dopo che sono stati documentati come da nessuna altra parte al mondo i precedenti culturali e le forme concrete dell’antisemitismo, le leggi razziali all’avvento del nazismo e le politiche di cancellazione prima dentro i confini del Terzo Reich e poi nei territori occupati durante la Seconda guerra mondiale. Fino alla “soluzione finale” mai ordinata con un documento e una firma, ma perfettamente eseguita dai tedeschi nazisti e dai loro gregari di mezza Europa.
I nomi e i volti ricordati – come tutte le singole storie personali che punteggiano le sale del museo – sono la vittoria della memoria sul sogno mortifero di Hitler. Yad Vashem è stato costruito e si visita per sapere quello che successe tra il 1933 e il 1945 in Germania e in Europa; e per battere, a ogni incontro con un’identità e uno sguardo non cancellati, l’idea dello sterminio.

GEOGRAFIA DELL’ORRORE. Fuori – nel grande complesso costruito attraverso i decenni sulle colline occidentali di Gerusalemme – ci sono i monumenti all’eroismo e alla pace; il giardino piantato a carrubi, alberi dell’altruismo perché fruttificano solo dopo 70 anni, dedicato ai Giusti tra le Nazioni che in 44 paesi salvarono vite a rischio della propria; la sala della Rimembranza con il fuoco che arde sulle lastre con i nomi della geografia dell’orrore (Treblinka, Majdanek, Chelmno, Belzec, Sobibor, Birkenau) e le ceneri portate dai forni crematori. E c’è il Memoriale dei Bambini: un labirinto nel buio, punteggiato da candele infinitamente replicate dagli specchi in un immenso prisma di cristallo, una per ciascuno dei piccoli ebrei uccisi, un milione e mezzo se si volesse contarle mentre le voci scandiscono un nome, un’età e un luogo, un anno e mezzo di anagrafe di morte letta per non dimenticare.
Ma è dentro il museo che si incontra nei dettagli la più assurda delle vicende della storia umana, imparando capitolo dopo capitolo le forme, i protagonisti e i perché di un crimine dalla specificità senza paragoni.Yad Vashem

IL MUSEO. Un taglio triangolare nel terreno. Cemento di diverse gradazioni di grigio. Soffitti neri per 180 metri che lentamente scendono nell’abominio dell’eliminazione teorizzata e realizzata, e per altrettanti che poi risalgono cercando una luce di speranza nell’affaccio sulle pendici dei colli. Il museo dell’Olocausto è fatto di architetture modernissime e di allestimenti che non hanno bisogno di sollecitare l’emozione: è tutta dentro le cose mostrate e spiegate.
Il senso di Yad Vashem – ricordare le identità scomparse ma non perdute – è chiaro subito, nel maxi-video in cui scorrono le facciate delle case degli anni Trenta e le finestre dietro le quali vivono la loro normale esistenza le famiglie ebree tedesche, polacche, russe, ungheresi, francesci, olandesi. Poi è subito choc: due foto scattate nel 1944 in Estonia, una fossa scoperta dalle truppe russe avanzanti e un cumulo di morti riesumati; e le vetrine dove quei morti non sono numeri, ma persone ancora vive nelle cose che portavano addosso al momento dell’assassinio e nelle loro carte d’identità. Abram, Jakub, Liba, Jozef…

Yad VashemL’ANTISEMITISMO. Per capire gli anni dello sterminio, la loro contemporaneità non basta. Il catalogo dell’antisemitismo non comincia con la salita al potere dei nazisti. Le persecuzioni contro l’unica religione mai omogeneizzatasi al cristianesimo in Europa sono spalmate nei secoli e nei reperti: le pergamene della Torah biblica trasformate in solette da scarpa o destinate a diventare borsellini sono eloquenti.
L’Ottocento tedesco fu il brodo di coltura del virus hitleriano: “Gli ebrei sono la nostra disgrazia” – lo slogan scritto con la svastica dappertutto in Germania – è una frase dello storico Heinrich von Treitschke nel 1879. Hitler mise le idee in pratica: ed ecco le foto dei roghi di libri non-tedeschi e immorali e della Notte dei Cristalli con le vetrine delle botteghe di ebrei infrante, i resti dalle sinagoghe profanate, le tavole di Norimberga sulla razza e lo schema genetico per classificare non-ariano chi aveva almeno un nonno ebreo, le formule della segregazione per arrivare all’annichilimento.

NEL CONFLITTO. La guerra mondiale scatena lo sterminio nell’Est europeo destinato a diventare spazio vitale tedesco judenfrei, libero da ebrei. Di Babi Yar vicino a Kiev c’è il totale più agghiacciante tra tutti: 33.771 uccisioni fatte da SS tedesche e poliziotti ucraini. Del “campo modello” di Terezin – dove i nazisti portarono un’ispezione della Croce Rossa – i disegni dei bambini internati prima dell’invio alle camere a gas e una bambola di celluloide dal capo fracassato. Di Belgrado la fotosequenza incrociata – un obiettivo tedesco inquadra l’altro – degli ebrei serbi costretti a scavarsi la fossa prima della fucilazione. Di Varsavia e del suo ghetto (450 mila ebrei, il 30% della popolazione della capitale polacca, concentrati nel 4% della superficie urbana), le immagini dell’eliminazione per fame e malattie – prima delle camere a gas per 300 mila – e un tombino delle fognature dove si nascosero i giovani protagonisti della rivolta nel 1943. Del campo polacco di Belzec uno schema con le proporzioni del massacro pianificato: mezzo milione di morti nella superficie di due campi di calcio.Yad Vashem

AUSCHWITZ. Arrivato alla tappa di Auschwitz, il percorso museale si allarga per ospitare tutto l’orrore possibile: il vagone dei trasporti dall’Europa occupata, le valigie depositate al momento della selezione fatta dai medici SS sulla banchina ferroviaria, l’arco metallico con la scritta “Arbeit macht frei”, i pettini e gli anelli ultima traccia della vita passata, le divise di tela a strisce blu, il letto a castello da tre internati per cuccetta, il groviglio degli occhiali lasciati all’ingresso dei “bagni”, i barattoli di acido cianidrico per la gassificazione, l’oro delle otturazioni strappate ai cadaveri. Il resto è il racconto del lento risalire del popolo ebreo superstite in Europa dall’abisso del Male Assoluto alla speranza di sicurezza vissuta in Israele, tra le contraddizioni di una storia senza uguali nel mondo.

(25 settembre 2016)